martedì 11 ottobre 2016

i segreti del mar rosso - henry de monfreid

“Oggi, Gibuti è una città bianca dai tetti piatti. Quando appare all’orizzonte, all’avvicinarsi del piroscafo, sembra galleggiare sul mare, poi a poco a poco, si materializzano serbatoi metallici, braccia di gru, mucchi di carbone e, in buona sostanza, tutte le altre sporcizie con cui la civiltà occidentale è condannata ad accompagnarsi ovunque nel mondo.”
Parte da qui, da questo ultimo avamposto della 'civiltà' occidentale, il libro I Segreti del Mar Rosso, di Henry de Monfreid, un annoiato rappresentate di caffè e pellame contemporaneo di Lawrence d'Arabia. A Gibuti avere il Mar Rosso sotto gli occhi non gli basta più, deve navigarlo, viverlo come quotidianità sulla sua pelle.

Compra un sambuco e diventa pescatore di perle. Incontra ‘capetti’ che sfruttano altri pescatori legandoli a loro col debito, e veri e propri mercanti di schiavi che regnano su remote insenature e sceicchi che dominano su isole verdissime e lingue di sabbia sperdute. Annota le meravigliose leggende sull’origine delle perle, ma sa bene che a determinare la loro formazione nell’ostrica è un meno poetico parassita presente nelle feci di alcuni pesci. Quello di Henry de Monfreid è un occhio colto, da fine antropologo e da curioso naturalista. I suoi resoconti, le sue avventure, hanno la stoffa del reportage:
“Ho l’impressione di essere su un pianeta in formazione - scrive a proposito delle isole Hanish - in una età in cui la vita non era ancora organizzata.”
Con occhio raffinato, educato dalla pittura e dalla fotografia de Monfreid coglie dettagli di luce nei volti, negli sguardi, nelle schiene lucide, nella caligine di porti remoti. Dipinge voli d’uccello e tramonti su lagune di mangrovie. Nel frattempo elude i controlli in mare delle pattuglie turche, ancora ben salde sugli avamposti dell'Impero Ottomano, e Inglesi. Un grande partita a scacchi nel mare più affascinante del mondo, tra un contrabbandiere sempre più critico del colonialismo e sempre più lontano dall’Occidente. Fino alla conversione all'Islam.Accadde a Bab el Mandeb, ‘la porta delle lacrime’, dove l’Oceano Indiano irrompe nel Mar Rosso:
“Il vento raddoppia la sua violenza e forma onde che sembrano correre contro la corrente che adesso esce dallo stretto. E’ troppo tardi per cambiare rotta, un vento così violento non lo permette.” 
Appena salvo mantenne la promessa di voto: si convertì all’Islam e si scelse un nome: Abd el Haï, schiavo della vita. Erano i tempi di Lawrence d'Arabia.

Un piccolo capolavoro immancabile per chi ama il mare e l'avventura. Obbligatorio per chi frequenta il Mar Rosso.

Magenes Editoriale

leggi anche:
http://www.ilcornodafrica.it/pca-monf.htm
http://www.henrydemonfreid.com/
http://www.imperialbulldog.com/2016/01/29/henry-de-monfreid-cuor-di-mar-rosso/